La sagoma

Ho sempre avuto una passione per le terrazze e in modo particolare per le terrazze di notte, specie se sei l’unico a scrutare attorno. Non è facile – si converrà – frequentare in solitudine terrazze notturne. Ad ogni modo, con un rodato campionario di espedienti e un’oncia di fortuna, ho accumulato una cospicua esperienza in questo campo del tutto negletto dall’anima umana. Manca la concorrenza, ed è un mistero per me, se penso a quanta passione strugge il petto degli scalatori di montagne. La seduzione dell’altezza, l’euforia della distanza, l’elettrizzante percezione della visione complessiva; ecco grossomodo il piacere a cui ho avuto la ventura di dedicare le mie ore più nascoste di uomo solitario. E c’è la città che disperde la vista in un intrico di vie e destini circonvoluti e senza scampo; la città non mi chiede altro che di essere trascesa, inquadrata nella lontananza, rifiutata in tutto ciò che ne lega la sorte a quella di una psiche frastagliata e incline all’esaustione.
Dalle terrazze abbracci tutto quello che è possibile vedere attorno, che sia la luna a rimestarlo nel sonno o che siano le cose stesse ad auto-evidenziarsi con minuscoli ceri cimiteriali di luce elettrica. Sul palcoscenico della notte certi angoli spezzano la monotona massa monocroma del buio e si offrono alla vista come costellazioni distanti anni luce e assemblate alla bell’e meglio dall’assoluto caso che è la posizione dell’osservatore. Immerso nel caso che sono a me stesso, oziosamente amo rubare visuali, trascurando tutto ciò che a quel caso conferisce la sua minuta petulante voce. Nel buio dell’universo, le cose vibrano per darsi un qualche funzionamento nel senso. Quando rubo, per così dire, i loro vestiti, il loro involucro di pelle consunta, io preferisco ignorare le articolazioni del significato che presume di guidare le danze, e sprofondo nella dinamica delle pure forme. Uno spicchio di luna e i lumini: la città dall’alto assomiglia a un grande camposanto. Non sono uccelli notturni a produrre i suoni che alla terrazza giungono, ma un costante sferragliare di corpi nascosti, che eludono lo sguardo celati nell’imprevedibilità e nelle prospettive occluse. Sembra che sia una proprietà della crosta terrestre, di qualche sottostante meccanismo non oleato, che tiene tutto a galla.

L’ultima terrazza che ho frequentato era posta all’ultimo piano d’un edificio la cui altezza avevo sottostimato, tanto alto che il viaggio in ascensore (un ascensore la cui luce interna si rivelò fulminata alla chiusura delle porte) sembrò non finire mai, provocandomi una lunga, interminabile vertigine claustrofobica. Giunto senza ormai più sperarlo -e stomacato dall’odore pungente della muffa della cabina- al piano a cui doveva corrispondere il tasto più alto che avevo istintivamente premuto, attraversai barcollando un cupo pianerottolo, reso appena visibile dall’esile luce della luna dietro fuligginosi vetri opachi.
Il panorama della notte mi si offrì come un confuso insieme puntillista difficilmente decifrabile; giunto al limite del parapetto tentai di scorgere forme usate, le guglie delle chiese della città superstiziosa, la banchina del porto orlata dello scintillio marmoreo della risacca, il lucore geometrico delle rotaie metalliche della ferrovia; nulla di tutto questo. Solo un pulviscolo d’immote fiammelle nelle fauci della più fonda delle ore. Anche i suoni venivano ovattati; l’attrito del metallo era come condotto attraverso un filtro che ne smorzava le frequenze più acute.
La mia attenzione vagava lentamente, ciondolando tra colori stinti e bisbigli indecifrabili; seguivo il perimetro del parapetto come in un sogno d’ambiente, dove nulla succede e tutto incombe. Una leggera brezza andava oscillando attorno, facendosi vieppiù decisa. Ma non portava segni riconoscibili.
Non m’accorsi di aver compiuto il periplo del bordo e continuai, come chi è ormai immerso mani e piedi nell’ipnosi. Giù e attorno solo luci minuscole e desertiche, come stelle crollate e polverizzate, come fuochi d’artificio implosi nell’umidità che crepitava dal mare distante. E mi domandavo quanto potesse essere alto quell’edificio di cui avevo tentato la sorte solo per aver fortunosamente scorto, durante il mio pellegrinaggio notturno, una porta divelta nel garage al pianterreno. Nella mia città, una citta sismica, edifici del genere non possono essere consentiti. E, d’altro canto, chiunque non potrebbe fare altro che, alzando lo sguardo, riconoscere con stupore l’abuso edilizio del secolo, l’unico grattacielo della città. Tutti lo saprebbero, ma io non l’avevo mai saputo.
Continuavo a girare in tondo perso nelle mie inconsuete fantasie quando, di colpo, una decina di metri più in alto di me, una luce più grande, una luce gialla e rettangolare, brillò davanti al mio viso inebetito. Una finestra! Non poteva che essere una finestra! Un sussulto mi scosse e quindi avvertii una scossa alle gambe, paralizzate dalla paura. Ma attribuendo quella scoperta repentina e inaspettata a quello che oramai -mi era chiaro- potevo solo credere uno stato di trance sospeso sul filo dell’insonnia, cercai di mantenere il sangue freddo. La luce feriva quasi i miei occhi, e non saprei dire se fosse per la cruda luminescenza della sua tagliente geometria, o perché un afflusso precipitoso di sangue alla testa la rendesse malferma. Chiusi gli occhi e tentai di riaprirli. La luce sembrò ancora più forte, i contorni più sfocati. Abbassai di nuovo le palpebre, mentre la vertigine che prende chi abbia fumato erba a lungo avrebbe potuto dissuadermi. Così fui lesto a sollevare il fragile velo di pelle che di norma separa l’inconscio dal conscio, la tenebra dalla luce che ormai rischiarava gli anfratti più oscuri della mia paura anche a palpebre serrate.
Così vidi, o mi parve di vedere, quella che chiamerò la sagoma. Dapprima un punto di buio al centro della cornice; poi i contorni incerti d’una caracollante figura bipede; in ultimo la testa calva, il collo e il busto d’una sagoma lattiginosa che lentamente si tirava su con esili arti superiori. Mi parve di udire un sibilo angosciante, e quel suono presto si rafforzò in un crepitante magma di armonici soffocati che sfociarono in un acufene assordante. Caddi a terra, con il cuore che scoppiava.
Carponi cercai di indirizzarmi verso la torretta dell’ascensore, mi sollevai sulle gambe e corsi, inciampando più e più volte – un numero di volte imprecisato – in escrescenze vegetali che s’innalzavano alla luna dalle fughe delle piastrelle, finché non persi il controllo del mio corpo e mi abbattei sulla superficie di quella stella fredda. Ormai vinto, fui avvolto dall’umidità del cielo, che crollava su di me in forma di nube a una velocità impossibile. Sentivo il sangue scivolarmi dal naso al collo, confuso alla secrezione delle ghiandole linfatiche di quella nube aggressiva, che m’irritava la vista. Come in un sistema di specchi manovrato per il mio esclusivo terrore rividi quella sagoma, notevolmente più vicina, come se il palazzo fantasma si fosse avvicinato e pendesse ormai sulla sommità della terrazza, facendo penzolare su di me colui i cui tratti somatici non mi era possibile mettere a fuoco.
La visione oscillava, i cristalli della nube si dilatavano e subito ricondensavano, e fu in quel mentre che sentii alle mie spalle un rumore veloce di passi che s’avvicinavano rapidi al mio corpo convulso. Gli occhi bruciavano, e mi sembrò che potessero prendere fuoco da un istante all’altro. Ma prima della fiamma arrivò una quasi totale cecità che non mi permise di vedere l’uomo silenzioso – ammesso che fosse un uomo – che mi trascinava dall’incavo delle ascelle per metri di pavimento che sembrarono molti di più di quelli che avrei mai potuto aver già percorso. Lo sentii lasciare la presa.
Ora la mia schiena poggiava su un sostegno verticale e per il resto il buio perdurava, come il fuoco dei bulbi oculari, il flusso ematico del naso e il violento fischio dell’udito. Una fortissima nausea avvolgeva tutto, unita alla sensazione di star precipitando, insieme a quella che poteva essere soltanto la cabina dell’ascensore.
Contai, attendendo soltanto lo schianto.
Ma insieme al miracoloso addolcirsi del pendio giunsero alcuni tenui bagliori dall’interstizio delle porte scorrevoli; il fischio digradò.
Infine le due mezze porte si aprirono e, dal fondo del garage, attraverso la porta mancante, arrancai verso l’uscita. Alzai lo sguardo ancora dolorante verso il cielo, e a incorniciarlo scorsi soltanto un vecchio palazzo residenziale di quattro o cinque piani. Al bordo della terrazza erano ancorate una decina di antenne, assortite tra paraboliche e a radiofrequenza.
Ho sempre avuto una passione per le terrazze.

Gentilmente

Gentilmente, non ci interessa l’offerta, mi ascolti, si fermi un attimo. Solo nell’ultima settimana ci siamo sciroppati almeno dieci offerte uguali o praticamente equivalenti. Ma che cosa sta succedendo? Cioè, è così che dobbiamo vivere secondo la sua azienda?
Riceviamo dalle due alle tre chiamate al giorno, si figuri; ogni giorno, da mesi, da anni, sul telefono di casa, sui cellulari. È un’aggressione continua e perfettamente legale. Così quando lo squillo ci raggiunge, qualsiasi cosa stiamo facendo, in qualsiasi luogo ci troviamo, scrutiamo impauriti il display sperando che a chiamare sia un amico, un parente, qualcuno che abbia piacere a rammemorare insieme i dolci giorni della giovinezza ormai sfiorita e invece sticazzi: solo numeri oscuri e senza significato, che ci tengono sotto tiro da differenti luoghi del mondo come cecchini intenzionati a punirci per esserci sottratti alla girandola delle offerte, per venderci nuovi convenienti sconti su debiti di cui non abbiamo certo bisogno, che non abbiamo contratto, che non ci sogneremmo di contrarre. Se abbiamo bisogno chiamiamo, grazie. I numeri si trovano, non è difficile trovarli. Ma non abbiamo bisogno di niente, si fidi.
Le voci sono di ragazzi, ragazze – quasi sempre belle voci impostate, tutte uguali, bella intonazione, che sciorinano lo stesso discorso d’approccio mille volte al giorno. A volte l’accento è chiaramente straniero. Più spesso italiano ma di regioni diverse. La grammatica sempre corretta: la laurea serve. E dietro il velo di professionalità, dietro gli accenti diversi percepisco la medesima noia, la medesima disperazione. Percepisco il sottile, vibratile strato di nervi che separa quella pacatezza dalla strage di massa.
Cerco di essere gentile quando ci riesco (ho mille impegni, sa?), ma sono disturbato, incazzato. So che dovete lavorare, so che prendete una miseria, ma lo capite, riceviamo fino a due/tre chiamate al giorno ed è decisamente troppo. Ci sarà altro nella vita da fare. Perlopiù non rispondiamo; ci sentiamo accerchiati. Così a un certo punto il telefono non è bastato più.
Da qualche tempo anche la porta di casa è assediata. Scrutiamo timorosi dallo spioncino, ma a volte capita di dimenticarlo, di aprire di corsa, d’istinto, considerandolo ancora un gesto possibile, pacifico, di apertura al mondo e non il discrimine fra la normale avvedutezza e la mania di persecuzione. Altre volte abbiamo lo stereo acceso, o la televisione. E allora non aprire farebbe scattare lo psicodramma.
Un nuovo contratto di fornitura elettrica? Non ci serve. No, per favore, interrompa subito la supercazzola, non le faccio perdere tempo, percepisco chiaramente che è infarcita di termini allarmistici e pseudo-tecnici e che, in buona sostanza, quello che dite è puro caos verbale organizzato, pur di sortire un qualche effetto di preoccupazione. Lei di sicuro ha gli studi superiori, di sicuro ha speso dei soldi per quei vestiti eleganti, si è fatto i suoi bei corsi di formazione su come irretire il potenziale cliente e compagnia bella. Ovviamente non sa come pagarsi le sue, di bollette. Lei non è mio nemico, no di certo, ma io un giorno potrei perdere la testa e ucciderla. Sempre che non sia lei a uccidere me per primo. Se poi è un testimone di Geova o un prete non suoni nemmeno, siamo atei. Date la precedenza della persecuzione ai ragazzi che devono farsi un futuro non ultraterreno. Se devo aprire, almeno che apra a loro. Non per comprare, sia chiaro: non abbiamo soldi e se non hai soldi è difficile risparmiarne, capirà bene. E non abbiamo tempo: dove lo troviamo il tempo per godere dei servizi che offrite?
Ma non potrei trattarla male: come fare a prendersela con chi combatte ogni giorno per sopravvivere, quando è chi la manda a essere colpevole? Ma non in modo particolare il suo immediato superiore/addestratore: quello un po’ più in alto. E non proprio quello: quello ancora più su. E più saliamo più la colpa è grossa, la responsabilità per questo mondo senza senso enorme. È una specie di ammortizzatore della violenza il fatto che siano i pari-grado a molestarci direttamente. Per quelli in alto il rischio è nullo, al di là del fatto che potrebbero pagare nostro fratello per difendersi da noi.
La prego, riattacchi quel telefono e mi tolga dalla sua lista. Chiami qualcun altro. Vorrei dirle: smetta di chiamare chicchessia, invece. Ma capisco che lei deve vivere. Così le dico solo: stia lontano da me e dai miei numeri. Si faccia malvolere da qualcun altro. Si goda le nevrosi di qualcun altro. Oppure, se vuole, lasci questo lavoro infame. Inizi a pensare a un mondo diverso. Se nel frattempo non le viene troppa fame.

La notte mi ha svegliato senza sassofoni che graffino delicatamente alle soglie.
Brutale e indifferente com’un vulcano con reflusso gastrico, m’ha vomitato giù da un letto disfattista altrimenti arreso alle mie lamentele. Ordunque annaspo per gli angoli di casa, fedeli in restrizione, incroci di muri dei pianti. Ma non piango perché troppo poco tempo intercorre tra l’insonnia e il termine del filo logico: anche la memoria dell’errore s’asfissia. Quante cose invece si buttano giù senza alcuna conseguenzialità quando la mente è cullata dalla continuità! Prendi un pensiero, una parola, e puoi ridisporli secondo il colore o l’odore, o il talento del momento. Quando invece il sonno t’abbandona in una piazza piena di gente “poco raccomandabile” e tu hai appena imparato sia a obbedire che a stare in piedi è diverso: devi poter descrivere il filo asmatico degli eventi e cogliere il tuo errore dietro ogni battito di ciglia. Dove altro potresti volere andare? Non perdere tempo: il compito è spiegare perché niente segua il tuo primo istinto d’esso. C’è un solo sentiero, e pure stretto, che porta alla precisa, terminale sofferenza d’una percezione in bilico su corde sospese. E non sono fissate a pali, o a rocce ben infisse nel terreno: no. Sono invece in mano di controllori, a selettori del personale. C’è forse qualcosa di libero dentro di te che, sia pur attraverso artifici retorici, stia cercando di esprimersi lungo il percorso di queste parole scritte? Non credo. L’unico ordine che vi possa associare è la precisa trascrizione d’una sequenza matematica, la cui soluzione sia perfetta aderenza e l’errore perdizione eterna.
Abitualmente sogno, durante queste ore: e un suppurato d’immagini surrogate pressa ai confini della mente, lasciando filtrare solo un distillato affannoso d’acqua salata attraverso le pareti cerebrali, come un fuoco nel naso, o una pulsazione degli occhi colpiti dal virus dello shampoo.
In un sogno ricorrente d’infanzia cercavo di farmi largo lungo i cunicoli d’una tana di topi-umani, ma senza che potessi pensare che per essi fosse stato concepito. Un semplice interstizio, il cui miserrimo spazio sufficiente era spartito tra il mio corpo onirico e cataste di vecchi fogli impossibili da leggere nella penombra polverosa. E dove avesse termine quel tragitto non seppi mai: una sveglia o una mamma o una paura o un sangue alla gola mi lasciavano lì per sempre, in modo che potessi ogni volta riprendere dallo stesso punto, vincolato alle ragnatele pazienti di quell’incubo. Per ritrovarmi poi fra i rovi dei banchi di scuola, dove niente ancora aveva la mia forma. Fra quelle parole e quei corpi annaspavo cercando di trovare spazio nel bozzolo invisibile di un’ostilità asfissiante alla vita. Che fossi nato non era in alcun modo punto di partenza: al contrario occorreva guadagnarselo, partendo dal presupposto di un’indegnità totale, come espiando la colpa lussuriosa di genitori eslegi. “Salve” pensavo. “Sono il frutto d’un furto, d’un colpevole rimestare nella sozzura, d’una stecca nell’assolo della vita.” Più o meno. Ma la parola non l’ebbi davvero mai.
Unicamente a memoria era consentito esprimersi, e con parole d’altri. Non che non ci provassi, a fingere d’esser d’accordo con quelle cose che non riuscivo a farmi interessare. Ma quel maledetto, insubordinato, oscuro grido, i graffi del cunicolo, la muffa in gola, le trivellazioni intestine: oltre a girare attorno alla cattedra come un pianeta soggiogato io dovevo gestire moti ricorrenti e imprecisabili. A cui stamattina (così mi dice il bagliore che increspa il buio della prospettiva sulla finestra) mi ricongiungo, anche stavolta, senza scampo. Persino la mia mancanza di sonno ha ancora bidelli che scortano in presidenza, segretari che ratificano impreparazioni, e lo sguardo rimproverante di compagni che non sono stati beccati al posto mio.
È un corteo di riprovazione che mi rigetta per strada, dove sarebbe forse possibile sperare in un grammo di libertà sfuggita alla vigilanza dei questurini dell’istruzione. E invece no, sono già vecchio. Ho quarant’anni e una minaccia pendente: o poliziotto o paria. Tertium non datur. O forse sì: insonne terminale.

Dal rigattiere, o mercatino dell’usato, rigurgito di materia disusata, case scomparse, budella di arredi sventrati, pareti eutanasizzate senza più vita alcuna, abominio di ricordi altrui accatastati come raccolta di denti devitalizzati in una bocca che non ha mai saputo ridere, che mescola polveri e tempi diversi. E noi ci scivoliamo dentro, alla ricerca di quello che manca, alla ricerca della mancanza mancante, alla ricerca della ricerca mancante.
Ma il luogo puzza agli occhi più di un cimitero, senza la cordialità di una sepoltura. Non è neppure vissuto: perché osservando ingrosso la sensazione che quelle cose siano vissute senza essere viventi, che i libri negli scaffali siano marciti senza essere stati letti, che i letti abbiano ospitato solo amore marcio, imperfetto, mancante, squallido: esattamente come nei test risulterei essere io. Ma tutti abbiamo bisogno di essere noi in persona a sciupare le cose. Le cose sciupate dagli altri sono confini invalicabili.
Lì in mezzo, ho riconosciuto la mia parte di impossibilità. Che un giorno mi ha sorriso e corteggiato. Lentamente poi divaricando le gambe su sangue rappreso e cicatrici ottuse. Chiedendo di pulire. A me, che avevo il tappeto gonfio. Come se di questi tempi qualcuno potesse passarsela meglio. O avesse la sventatezza d’aver dichiarato una qualche breve felicità alla dogana, o fra i redditi. Non dovrei più tornare in quel posto. Il fallimento di chi ha svenduto è un sovrapprezzo da pagare, che ci raggiunge sotto forma di sconto. Ma non ho bisogno di niente. Perché non riesco a fare silenzio. Perché non ho un silenzio né una stanza da offrire.
E anche stanotte resterò sveglio, a custodire la bacheca dove sono custoditi tutti i segreti dimenticati, che non avevano alcuna importanza neppure quando si celavano. Quando l’unico orrore che resta fedele è avere un mondo.  

S’accorse di qualcosa, all’improvviso.
Non gli fu chiaro immediatamente di cosa, ma qualcosa o qualcuno doveva aver effettuato un piccolo movimento all’indietro tanto quanto bastasse per vederlo. Non sentì freddo come altre volte che gli era capitato di inciampare su se stesso.
Sarà stata l’estate, l’aria calda del tragitto di cui si scopriva solo ora parte pur – con ogni evidenza – essendoglisi dedicato da qualche tempo in più: in sella al suo scooter blu fendeva il tardo pomeriggio d’un luogo mai visto prima. L’aria gli fremeva sulle mani e sul mento ed era un vivido massaggio che penetrava dalle aperture del collo e delle maniche per diffondersi uniformemente lungo tutto il corpo nascosto alla vista degli specchietti.
Cosa ci sarà da dedurre dal fatto che mi accorgo solo ora di avere iniziato a fare qualcosa? Che sono sorpreso di fare qualcosa, pensava, solo questo.
Si sforzò di ricordare da dove proveniva, ma non tanto da quale luogo (lo ricordava: la sua stanza dentro la sua casa dentro la sua città), quanto piuttosto da quale consapevolezza dello stesso. E si ribadì che qualcosa era cambiato. Che qualcosa non era previsto.
Ora, sì, e la sua mano allentava la presa sulla manopola: alla sua destra si stendeva un’area che doveva essere stata un campo di calcio. Un po’ più piccolo d’un campo di calcio ma sempre campo di calcio.
L’erba era cresciuta a dismisura e aveva fatto in tempo a seccare e crescere una seconda volta (e forse anche tre o quattro o cento). Gli spalti, sproporzionatamente lunghi rispetto al terreno di gioco, anch’essi luogo di coltura improvvisata – sebbene più rada -, erano consistentemente crepati in senso longitudinale. Una carcassa di motoveicolo giaceva dietro i pali della porta (senza rete) più lontana. Una moto di cilindrata non troppo elevata, ma neppure troppo poco. Tanto quanto basterebbe per fare un giro della Sicilia senza temere di dover spingere, come in fondo lui temeva per sé.
Un colpo di testa, era stato, ed era stato seguito da un goal in porta vuota: la settimana lavorativa terminata in anticipo, tutto un weekend davanti che poco prima di partire per il Nulla gli era sembrato gravido di impegni e che gravido di impegni non era per niente, l’appuntamento con il meccanico per ritirare il Burgman. E, una volta di nuovo in sella, la strada di casa che lo rigettava. Non alla prima svolta, non alla seconda ma alla terza aveva girato dal lato sbagliato. Deliberatamente e senza motivo apparente. Che poi non v’era a chi dovesse apparire. S’era seguito e non aveva lasciato spettatori indietro. E non sapeva neppure chi seguisse. L’asfalto riverberava forte e il culo doleva.
Così, anche stavolta giocandosi d’anticipo, si era fermato. Sentiva il bisogno di scattare una prima fotografia. Al vecchio campetto di periferia. Alla sua erba alta. Ai suoi condom usati appartenenti a chissà quali ere erotiche. A tutto quello sperma che non aveva fecondato né la terra né una donna ed era rimasto a marcire dentro la sua protezione plastica.
Provò a immaginarsi infrattato dentro un’auto, una sera diversa da quella, in compagnia d’una donna che non aveva mai conosciuto. Lo faceva per tendere un nuovo nesso fra sé e quel luogo. Il quale, è da dirsi, si prestava egregiamente. Riusciva però a pensare soltanto a un fitto proferire parole d’amore, e il profilattico non riuscì a farcelo rientrare. Lo lasciò chiuso nel vano del cruscotto. Ogni luogo lo spingeva altrove.
Non gli sarebbe dispiaciuto dividere quel momento (quello immaginato ma anche e soprattutto quello che viveva) con una donna. Forse quella fuga improvvisata era già il suo rapporto con una donna. Un rapporto tendenzialmente non improvviso ma che si componeva di mille improvvisazioni imprevedibili, come conquistato a rate nel negozio d’una Dea assai pignola e psico-attitudinale.
Forse aveva iniziato un amore senza accorgersene; aveva iniziato a masturbarsi con gli eventi e voleva andare sempre più veloce. Un alito di vento fece ondeggiare l’erba secca. Quel campo che non aveva mai visto gli era familiare e ogni fotografia che gli scattava con lo sguardo rafforzava la sua emozione nel riconoscerlo tale. Le foto che conservava erano squarci inediti su una sua vita passata.
Scattò fino a quando la luce del giorno venne meno e nella breve distanza cominciarono ad accendersi le finestre.
Era troppo distante per essere visto da anima viva, sia dalla strada che dalle case.
Decise che gli stava bene.

A proposito di “Dissipatio H. D.”

I cadaveri delle palme appaiono esteticamente gradevoli. Le lunghe fronde ormai secche, reclinate a cercar conforto nella gravità inflessibile della morte, la poltiglia rivoltata a cui debolmente restano aggrappate come a un petto schiumante di vermi operosi, sono sufficienti a riempire il bisogno di compagnia d’un animo indaffarato e perso nei suoi pensieri lavorativi.
Ogni mattina, da quattro anni a questa parte, viaggiando in autostrada per recarmi a lavoro, ho assistito alla paziente decadenza di questi maestosi esseri viventi ad opera del punteruolo rosso.
Da un paio di settimane una squadra di omini vestiti d’arancione fosforescente ha fatto a pezzi le palme morte, ognuna appassita seguendo il suo personale talento, che sfilavano dietro il finestrino sinistro dell’automobile come una parata di spettri. Il vuoto che n’è rimasto non compensa la muta presenza di quei miei compagni di viaggio.
Il vuoto è una rimozione, un volgere il ricordo alla rarefazione dell’ulteriore.
A sinistra dunque il vuoto, a destra lo skyline della raffineria di Milazzo. Certe mattine l’odore di benzene penetra sin dentro l’abitacolo della macchina in corsa e poi dentro i vetri delle aule del liceo in cui insegno.
“Dissipatio H. D.” è nato nella mia mente a contatto con queste immagini e con questo odore.

È un disco che sento come piuttosto importante nel mio percorso umano, più che creativo. Ho quarant’anni da poco compiuti e il mondo, come sinora ho preteso d’intenderlo, corre a grandi passi verso un cambiamento ponderoso eppure incerto. La nuova alba svanisce. Vorrei un figlio e ho paura; per lui, soprattutto, per quei pochi chili di mondo che cercheranno conforto e nutrimento in una madre violentata e quasi esangue. Paura per la sterilità che alligna ovunque nella percezione della vita, per la prevenzione e la paura che intercettano ogni bisogno di comunità per volgerlo a un complice stupro di branco. Paura per i pensieri che si disarticolano e mutano in slogan, ripetuti da voci preregistrate, a servizio d’istinti manipolati. Ma anche paura per gli estenuanti e innaturali giri del pensiero ridotto a infinito e impotente détour.

Come sempre provate a scusare le carenze della forma e l’imperizia nella registrazione. Considero il lavoro di registrazione come parte dell’intimità del processo compositivo. Il bisogno di darglisi quando il verso, la melodia o l’arrangiamento chiamano, quando l’anima fuoriesce dal suo assetto lavorativo e si monda dalle sue ambizioni più estrinseche per fluire in un canto spontaneo e necessario.

Naturalmente ciò non sarebbe possibile se avessi scelto la musica come mestiere. Possedere il privilegio di un lavoro fisso rende questa possibilità espressiva necessariamente più libera e svincolata dal bisogno di riconoscimento materiale. Questo offre molti vantaggi, primo fra i quali potere ignorare problemi che avverto come espressivamente secondari.

Profittate, se potete, di questa piccola sventura che sono io a me medesimo.

Sir Humpty Dumpty

Messina 3/3/2014

Download di Dissipatio H. D.

Giunto al grado insuperabile di distanza dallo specie-specifico, rifluisco nel contenitore senza superstizione che un tempo chiamavo io. E ogni possibile manifestazione è errore politico. Volete sapere che settore occupo? Credo di sì.
Qui si scrive come altri dipingerebbe una parete. Con un certo piglio distaccato e il sorriso sornione del già vissuto.
I legumi sono sul fuoco, nella pentola di coccio. Potrebbero essere fagioli o lenticchie. O persino ceci. Non ho ancora controllato, sebbene li abbia già buttati dentro. L’alga ha un nome buffo e una qualche funzione nell’amalgama complessivo che ora ho dimenticato.
Dovrei poter essere più rassicurante: ho spazio a sufficienza per espandermi privatamente, centomila cucce modeste immerse nel fogliame e nessuna aspettativa dal resto del tempo.
Piuttosto, mi diverto a guardare. Parlo meno che mai. Se leggo è per non dover pensare altro che il già pensato da gente con un senso dell’eleganza che garantisca sopravvivenza. Buona sopportazione.
Ho da un po’ ormai terminato la mia ricognizione destinale sui bassifondi della psiche, esaurito le scorte in eccedenza di masochismo; altro non mi guida che ben riposare sul ciclo più comodo e consapevole fra tutti. Gli anticorpi non più torpidi consentono persino qualche vizio. Un tocco di spiritualità.  
Ogni periglio già noto della vita è stato sventato e il suo veleno ne resta sventato.
La sonnolenza autunnale d’una siesta eterna mi lusinga al silenzio.

Sono vivo e scrivo, lo faccio come sempre. Ma sono morto, anche, nel pensiero, pensiero che è più che pensiero. È una stanza che echeggia, questo più-che-pensiero, è vite e mondi che, potenti nel sogno, riverberano rintocchi profondi anche nello stato desto. È possibile raggrumare i sensi in uno spaesamento determinante. Sentirsi qui ma essere perdutamente altrove. In primo luogo: sono qui perché mi aggrappo a questa sedia, a questi tasti, a questo modo di procedere, ormai senza troppi rovelli. Poi, di colpo, sento singhiozzare, da una stanza immersa nel buio di una notte infantile, una stanza lontana nel corridoio. Qualcuno, chiunque sia, piange per me, anche se fossi io a farlo, anche se fossi stato io a farlo.
C’è il pianto, non il piangente. Ecco cosa succede a osservare con costanza, impegno, assolutezza qualcosa. Un pianto, nel mio caso. Fino a far scomparire l’accidentale volto sporco di lacrime. Quante volte ho pianto? Ovvero: quante volte il pianto s’è impossessato di me cancellando ogni altro dettaglio del mondo? E se s’impossessava di me, quanti milioni, miliardi di esseri viventi hanno pianto in quello stesso atto? Chi ha pianto il mio stesso pianto? Domanda retorica. Immagino piuttosto questa pioggia di lacrime che bagna tutto ciò che vive. Se sei in giro, per strada, in primo luogo, e ti coglie di sorpresa. Ma anche se sarai fuori domani e oggi ti nascondi dietro le tende del caso, nelle fessure incalcolate dei muri del tempo micragnoso. Il pianto può attendere il tempo di svariate vite messe insieme. Una fossa comune di vite messe insieme. Ti troverà. Quando sarai allo stremo e metterai il naso fuori di casa. O mentre sogni. O mentre frigni per la più sciocca delle circostanze. Come quella di essere in vita.

Sono vivo, dunque. E sono morto, perché riesco a vedere i luoghi che sono stati miei non essere più miei. Vedo poltrone, tavoli, armadi, letti accatastati nella discarica del ricordo e i luoghi che li ospitavano usurpati da altra materia a caso, che illude chi vi dimora che il tempo guadagnato sia tempo eternamente serbato. Vedo tutta la casualità del mio esserci stato. E tutto ciò che v’è di più radicato e profondo nel mio animo non avere più luogo se non nell’assenza di ogni luogo. I ricordi stessi mutano, ultima traccia della civiltà sepolta che sono a me stesso.  E a chi importa di sapere ciò che mai fu per lui? Fui io, io davvero a inscenare la vita che mi sembra di ricordare? Cos’è tutto questo materiale di risulta che riempie i miei album di fotografie?
Ma adesso? L’adesso che non riesco a vedere, che si frastaglia in singhiozzi di passato multipli, che cos’è questo presente? Dovrei poterlo vedere dalla prospettiva della mia morte, del mio non essere più. Direi: ancora brancolo? Ancora armeggio con la disperazione delle parole? Uomo futile: a nessuno scopo ulteriore esse valgono. Non c’hai fatto nient’altro che sperarvi un altrove, un riconoscimento non umano, una linea di salvezza, hai lanciato ami nel buio, coltivando diuturnamente piante che appassirono di colpo. Non uomo saresti dovuto nascere. Forse albero, solido, potente, risoluto a succhiare tutto il nutrimento alla Terra per raggiungere il Cielo. E non avresti potuto avere neppure la più magra delle consolazioni. Persino la vuotezza del cielo t’è rimasta preclusa. Qualunque cosa fossi mai potuto essere: è nell’essere la malvagità dell’essere.
Vivo dunque, vivo ancora. In modo da vedere, sempre meno, ma sempre vedere la distanza di te (che mai fosti) dal tuo (che mai avesti). Sei morbosamente legato a ciò a cui saldavi le mani spaventate, e in quel bisogno divorante non riuscivi a vedere (questa fortuna avesti!) che tutto, ma proprio tutto era perso nel naufragio. Sei sopravvissuto solo grazie al beneplacito dell’illusione. Il passato, la tua casa, non esiste più. Così ora dimentichi il presente. La memoria non è più magnetizzabile. I tuoi occhi sono sbiaditi da tempo, il futuro ripete lo svanimento ma privandoti del potere di renderti omogeneo a ciò che tocchi.
Cosa resta? Restano questi attimi senza padrone? Questa forza sufficiente a spingere la lama dritta al cuore mille volte? E mentre fai a pezzi il cuore, gli fornisci l’ultima forma di movimento possibile. È la lama che lo alimenta… Solo ciò che fa sanguinare il cuore lo costringe a battere.

Sono vivo, sì, ma il senso che resta non è nel senso. Non è qui. È isolato piuttosto, è nei sensi, sempre più imprecisi, sempre più pavidi. È nelle immagini richiamate a casaccio dal bisogno, è nell’emozione inestinta che prende tutto a prestito per fingersi compiuta.
Chi t’illuse della bontà? Chi codificò il tuo linguaggio nel sogno della permanenza? Da uomo modesto taccio ora la mia morte, sintetizzandola in frasi di marmo copincollate da brandelli clonati di panorama.

Vivo, sì. Ma nello stesso tempo la sedia da cui scrivo è vuota. Ci sono crepe sul soffitto. Un muro è quasi crollato. I topi rodono i libri. Nessuno ricorda più chi mai sia vissuto qui. Ma da qualche parte nel passato qualcuno grida nel silenzio. E piange, da una stanza in fondo, quello che non è possibile né dire né comprendere.

Nella costruzione del discorso le parole non seguono mai una pendenza dolce. Si potrebbe in quel caso partire da un punto di cornea qualsiasi e dirigersi fiduciosamente verso il fiume dell’Estate, lasciandosi poi trasportare lungo tracciati sconosciuti, in modo che apparissero liberi. Basterebbero anche abitudini rinovellate, aderenze a cicli rodati, che per minime diffrazioni sapessero riproporre i sapori dell’alterno. Se da qui, tra i flutti, assiso su una pietra comoda e panoramica a sufficienza, osservo l’altra parte, il paesaggio montuoso degli intestini in disordine, vi scorgo in prevalenza ribellioni a quadri semplici, destini senza enfasi, valori con poco valore. Dove andranno a pescarlo tutto questo valore gli uomini affamati di increspatura? Quanto tempo è umanamente sostenibile prima di sbaraccare da un gioco che ha perso ogni stringenza? Servirebbe forse un’ottica filosofica. Ma prima ancora servirebbe che il 90% dei filosofi venisse dannato nella memoria e i loro lavori disertati. Occorrerebbe un gesto brusco della mente. Come ad esempio riconoscere che tutto ciò che non sia capace di essere compreso da un cuore limpido e un’intelligenza intelligentemente auto-limitata (un’intelligenza col gate) è nient’altro che mistificazione. I linguaggi specialistici, i tecnicismi (appartenenti a qualunque ambito) usati come arma disarmante della comprensione comune andrebbero puniti per legge. La comunicazione appartiene al popolo. Non può avere padroni che, fingendo di offrirla, riscuotano rate di efficacia vitale. Chi non capisce dovrebbe avere il buon senso di sfasciare tutto.

Nella costruzione del discorso le parole non seguono

Più o meno per iniziare a scrivere immaginavo mi sarebbe servito soltanto, magari con pochi altri piccoli, minimi accorgimenti, smettere di vivere. E bisognava capire se un paio d’ore sarebbero bastate, se la scrittura avrebbe potuto correre s’un terreno appena più ampio d’un cortile scolastico, attaccata com’era al guinzaglio retrattile per cani del dovere, della Strutturata Bellezza di dare un senso a ciò che da qualche parte deve avere importanza.

Ma ancora peggio: ero finito per diventare una persona educata, e questo significava filo spinato e alto voltaggio. Può una persona educata e sensibile scrivere di qualcos’altro che non delle sue infinite e afflittive combinazioni di educazione e sensibilità, che sono poi nella quasi totalità, aperti conflitti? Certi rinunciano facilmente alla letteratura. A 40 anni ogni gesto mi confermava invece che mi sarei sempre e ancora sbarazzato più facilmente della vita che del mio modo di dirla. In fondo sono una persona capace nel passaggio di pochi secondi di concepire una densa esplorazione masturbatoria del dicibile e d’un tratto dormire tanto profondamente da non poter essere svegliato neppure con la violenza. Pochi secondi. Lo stupore è tutto lì: appena un istante prima sei profondato nei labirinti del concetto più torbidamente relato alla vita e –tac!- eccoti in un soffio assalito dall’assenza assoluta. È la tua mente ad averlo propiziato, ma la mente è esattamente come qualsiasi altra cosa quando perdi il filo del discorso. L’osservi passare come una bicicletta sullo sfondo di qualcosa che forse è solo il tuo posto vuoto nell’universo.

Ma c’era un premio da vincere. Un’ebbrezza gorgogliante che ruzzolava sottopelle a dettare le parole. Mi sembrava di avere addestrato un cane a qualcosa. O a tutto il resto fuorché smetterla di avere bisogno di scrivere. Un cane che scrivesse non potrebbe andare troppo oltre il limite ultimo dello scrivere. E pure inibirsi non sarebbe servito, come questa analogia.

Non scodinzolo al fato. Scrivo. E questo è quanto, grazie.

Più o meno per iniziare a scrivere immaginavo